C’è dell’altro

La mia visione ed applicazione di medicina osteopatica

C’è dell’altro

Nella mia personale visione professionale, a seguito della liberazione ed armonizzazione operata insieme al paziente in sede di trattamento o del breve ciclo di trattamenti, laddove  si dimostri necessario, è altamente consigliabile, iniziare a lavorare su una corretta rieducazione della postura e del movimento.  Ciò indurrà un miglioramento dello stile di vita  della persona e del suo modo di muoversi che farà si che le strutture del corpo non corrano di nuovo a rintanarsi in una “gabbia” riportando ancora in essere nel paziente i sintomi lamentati o il fastidio.

Occorre, a questo fine, responsabilizzare il paziente, farlo divenire consapevole, capace di gestire il suo corpo, renderlo autonomo nel tempo e non certo osteopata-dipendente.

Compito del professionista responsabile ed attento sarà, in taluni casi, fornire degli strumenti di autocorrezione, che, diventando sane abitudini, portino il paziente ad una nuova percezione di sé che lo invogli a considerarsi e a muoversi nello spazio in maniera nuova.

Le mani dell’osteopata sentono e comprendono, sono attive e complici nel ripristinare la mobilità nei distretti difficoltosi, ma starà al paziente, su opportune indicazioni e consigli, o tramite veri e propri esercizi (respiratori, posturali, ginnici, abitudini alimentari) collaborare a mantenere libere e ben funzionanti nel tempo le strutture che hanno avuto una dinamica difficoltosa e di integrarle al  meglio nella funzionalità del corpo. Anche chi non è avvezzo ad avere una buona mobilità, giorno per giorno, con i giusti consigli e le giuste pratiche, guidato e seguito, imparerà a vivere il proprio corpo in un modo differente, con una migliore percezione, una maggiore padronanza, egli comincerà a  percorrere nuove strade, e, scoprendosi sempre più in salute, continuerà a farlo.

Dott.ssa Maria Francesca Manca

Osteopata

L’approccio osteopatico risulta essere pertanto un aiuto a 360 gradi, mi sembra a tal proposito opportuno porre l’accento sul fatto che l’ osteopatia non sia una professione chiusa, al contrario spesso si avvale di altre figure professionali per percorrere la strada migliore nell’esclusivo interesse del paziente, soprattutto in presenza di sospette o conclamate patologie.

E’ necessario cominciare a disancorare la professione osteopatica dalla concezione, purtroppo largamente diffusa nella cultura contemporanea, di mero trattamento somatico e sintomatico, per sottolineare la sua imprescindicile opera di globalità sull’organismo.

E’ pertanto doveroso ribadire che la pratica osteopatica non si esaurisca in due thrust (tecniche HVLA: manipolazione ad alta velocità e piccola ampiezza, lo “scrocchio”), una stretta di mano ed arrivederci alla prossima seduta, ma che piuttosto si tratti di una presa in carico dello stato di salute del paziente, che miri al conseguimento di un suo cambiamento, di nuovi risultati, appannaggio un individuo che in questa sede, lo studio dell’osteopata, ha la concreta opportunità di dimostrare di voler stare meglio.

Anche al cospetto di patologie il trattamento osteopatico può dare un concreto supporto al mantenimento di una adeguata omeostasi dell’organismo del paziente, per rafforzare e migliorare gli strumenti di autoguarigione che entrano in gioco nei disagi acuti e cronici.

A mio avviso, le strade percorribili dalla terapia osteopatica nell’approccio ad un paziente, dalle più superficiali alle più profonde, sono tante esattamente quante sono le reti comunicative esistenti all’interno dell’individuo. L’osteopata che riesce a scorrere su questi network riesce implicitamente ad accarezzare e a rivitalizzare tutte le dimensioni che costituiscono l’individuo, e a far si che questi abbia la possibilità di vivere meglio.